mercoledì, 6 Dicembre 2023

PIANETA  SICILIA. 1693: L’APOCALISSE  

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Qualche  giorno fa osservavo dal Belvedere del quartiere Dente l’insolita conformazione geografica di Modica, la “melagrana sgranata” dove i semi del frutto si dispongono in un piacevole disordine lungo le pendici dei colli, mostrando a fondovalle la traiettoria a ipsilon di due antichi fiumi, e culminando in alto con gli speroni del Pizzo, del Castello e della facciata di S. Giorgio, che, imponente e altera, sovrasta le ondulate geometrie di una scalinata divenuta, nei secoli, quasi il simbolo della città. Mi è sembrata particolarmente bella quel giorno, inondata dal sole e ritagliata sullo sfondo di un azzurro purissimo.

Mi è tornato in mente che qualche giorno prima, in occasione dei 330 anni dal sisma del 1693, il prof. Nifosì e il Prof. Barone, coadiuvati da Lucia Trombadore e Marcella Burderi, avevano offerto una sapiente rilettura dell’evento alla luce delle fonti archivistiche e della tradizione orale, puntando l’accento soprattutto sulla gestione sociale, economica, emotiva dell’evento. La partecipazione numerosa e attenta del pubblico aveva dimostrato che, nonostante il passare dei secoli, quell’evento è ancora impresso nella memoria storica della cittadinanza, e considerato a ragione come uno spartiacque nella storia della nostra città.

Dunque Modica, una città tra le più prospere della contea, che negli ultimi due secoli aveva visto fiorire gli scambi commerciali, si era arricchita di chiese e conventi e si era trasformata in una prestigiosa fucina culturaIe, è stata squarciata da una crepa che ha risospinto all’indietro la storia e la società. Il nove gennaio, assieme a molti altri siti della Sicilia sud orientale, viene squassata da diverse scosse che gettano nel panico la popolazione. Ci si riversa nelle chiese, sfilano processioni. Ma appena due giorni dopo, quando già la tensione comincia ad allentarsi, una scossa violentissima, la più intensa degli ultimi mille anni (si parla di magnitudo 7,4 della scala Richter), si abbatte su tutto il Val di Noto, devastandolo e modificandone per sempre la fisionomia. Si calcola che l’epicentro sia stato tra Siracusa e Catania, ma sarà avvertito in tutta la Sicilia e in Calabria e sarà seguito da uno tsunami lungo tutta la costa della Sicilia orientale. I documenti di prima mano parlano di segnali sinistri: un vento violento, una luna tinta di rosso, un caldo innaturale, gli animali che si agitano nelle stalle. E’ la fine, il giudizio di Dio per peccati troppo gravi persino per la sua misericordia.

Quaranta centri urbani vengono devastati. Secondo le fonti ufficiali del tempo, si contano circa 60000 vittime, senza considerare chi morirà di ferite e di stenti. Modica ne conta 3000, su 18000 abitanti. Man mano che le ore passano, ci si rende conto della dimensione dell’evento. I documenti d’archivio, per la maggior parte dispacci spediti da funzionari, esponenti religiosi, rappresentanti delle istituzioni locali destinati ad informare dei fatti il governo spagnolo, ci restituiscono immagini da girone infernale. Dall’abate Ferrara apprendiamo che “La scossa venne annunciata da un fragore sotterraneo simile a tuono rimbombante… Si aprirono dellefratture nella terra, il mare si ritrasse e poi rifluì con le sue acque, gli animali vennero  sbalzati via”.

ll vicerè, duca di Uzeda, sa che deve far presto, incombe il pericolo di rivolte sociali e di anarchia. Bisogna sovrintendere alle operazioni di sgombero delle macerie, all’alloggiamento dei superstiti, riparare le fortificazioni per scongiurare il pericolo di colpi di mano francesi. Nomina due giunte, una per i secolari e l’altra per gli ecclesiastici. Il procuratore generale Francesco Federici sospenderà le gabelle per i poveri e gli inabili e disporrà donativi di frumento, ma servirà a poco: i magazzini sono già vuoti per le razzie della popolazione ridotta alla fame. Mentre molti nobili hanno perso tutto, famiglia, casa, beni, bande di sciacalli, accattoni, pezzenti, nonostante l’ordine di fermarli “con la forca o a schioppettate”,si aggirano tra le macerie per accaparrarsi  non solo cibo, ma anche denaro e oggetti preziosi. Alcuni di essi usciranno ricchi dalla tragedia: è il rovesciamento dell’ordine sociale.

Ben presto si presenta anche il problema della sepoltura dei morti, che sono stati ammassati in fosse comuni. Temendo il propagarsi di un’epidemia, si decide di bruciarli con la pece. Molti popolani, privati della sacrale ritualità della sepoltura, grideranno la loro protesta per una procedura considerata bestiale e disumana. Il popolo crede fermamente in un castigo divino causato dai peccati, usura, bestemmie, fornicazione. Nasceranno filastrocche e leggende, proverbi e cuntialcuni dei quali, attraverso la tradizione orale, sono giunti fino a noi.

Diversa la reazione delle due classi dominanti, l’aristocrazia e il clero. I nobili superstiti sono anche coloro che possono vantare il privilegio di una certa cultura, e dunque di uno sguardo più illuminato e razionale sul panorama  di morte e distruzione.

Cominceranno a organizzarsi costruendo capanni, tende e un quartier generale dove approntare un piano d’azione. Molti di questi alloggi improvvisati si sgretoleranno durante lo sciame sismico che andrà avanti per due anni e che darà il colpo di grazia ai pochi palazzi rimasti, tra cui il Castello dei Conti, del quale non rimarrà quasi pietra su pietra. Si recluteranno i medici disponibili per apprestare le prime cure ai feriti, sarà persino aperta la prima farmacia della città. Alcuni aristocratici sono membri delle accademie modicane, tra cui quella degli Affumicati, che sarà rinnovata e rinominata Accademia degli Infocati da Tommaso Campailla, poeta, scienziato, filosofo, inventore, una figura di spicco nel panorama culturale modicano e non solo. Egli, seguace di Cartesio, confuterà la tesi di alcuni colleghi che attribuivano il disastro a misteriose congiunzioni astrali, dimostrando di avere intuito il meccanismo del contagio, sconosciuto all’epoca.

Il clero da parte sua, cosciente che l’architettura costituisce un segno importante delle forze sociali in gioco, intende rinnovare l’immagine della chiesa ufficiale. La fioritura  dei cantieri favorisce gli sforzi creativi degli architetti. Attraverso la ricostruzione di chiese, conventi, monumenti, il clero rafforzerà la sua presenza nel territorio e il suo patto di alleanza con le classi dirigenti. ”U terribilissimu terremuotu” sarà l’occasione per un ripensamento dell’assetto urbano in funzione di un’idea retorica di magnificenza e di potere. Inizia l’avventura della ricostruzione.

Claudia Sudano

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